Politiche dell’Unione Europea e sicurezza del Mediterraneo. Il ruolo dell’Italia”

8 maggio 2025 – Circolo Ufficiali dell’Esercito, Roma

Convegno 

Senatore Etelwardo Sigismondi – Apertura dei Lavori del convegno

Quando qualche settimana fa il generale Massimiliano Del Casale mi propose di promuovere l’organizzazione di questo convegno con l’associazione culturale Omnia Nos, non esitammo nemmeno per un istante nell’individuare il focus dei possibili argomenti da trattare nel corso dei lavori: Unione europea e Mediterraneo, un binomio che è il cuore dell’impegno dell’Italia per la propria sicurezza e per il proprio sviluppo. Il Mediterraneo sempre più al centro della scena globale, non più come periferia, ma snodo cruciale delle dinamiche internazionali. Un ponte tra Oceano Atlantico e Oceano Indiano, nel quale si riverberano le dinamiche delle crisi più gravi del nostro tempo, dal teatro russo-ucraino al Medioriente, ma dove si concentrano anche le più grandi opportunità e i maggiori interessi, geopolitici e commerciali, di Paesi appartenenti a tre continenti. Il caso ha tra l’altro voluto che, proprio nella giornata di ieri, nel corso del question time svoltosi presso il Senato, la stessa Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in uno dei suoi interventi, abbia per la prima volta usato l’espressione di “Mediterraneo globale”, proprio a sottolineare la centralità assoluta di un quadrante sempre più decisivo per lo sviluppo e la sicurezza di tanti popoli, superando così l’accezione di “allargato” che pure aveva sinora delineato la crescente aderenza del mare nostrum ai quadranti geopolitici contermini. I numeri confermano l’importanza strategica di questa regione: pur rappresentando appena l’1% delle acque globali, il Mediterraneo è attraversato dal 20% del traffico marittimo mondiale. Il Canale di Suez, in particolare, ha raggiunto livelli record di traffico, nonostante le recenti minacce alla sicurezza marittima, rappresentate dagli attacchi da parte degli Houthi nel Mar Rosso. Si tratta di un dato che sottolinea la necessità di garantire la sicurezza e la stabilità in una delle vie di comunicazione più importanti al mondo e così decisive per lo sviluppo delle economie e delle società europee. L’Italia, per la sua posizione geografica, è chiamata a giocare un ruolo cruciale in questa nuova centralità del Mediterraneo, soprattutto in ambito energetico e logistico. Un esempio concreto è il progetto Imec, che mira a collegare l’Europa con l’India attraverso una rete di città portuali del Medio Oriente, includendo il porto di Trieste come snodo strategico. Connettere queste realtà consentirebbe di liberare un potenziale enorme per la nostra economia e il nostro commercio, come ha recentemente sottolineato proprio la premier Meloni. Un altro aspetto centrale della strategia italiana riguarda l’energia. Con il Piano Mattei, l’Italia è destinata a diventare il principale hub europeo per i flussi energetici provenienti dall’Africa. E noi dobbiamo puntare a essere la porta per l’ingresso delle principali materie prime energetiche nel vecchio continente. È essenziale costruire una cooperazione paritaria, che superi approcci predatori o puramente assistenziali. La vera sfida è assicurare lo sviluppo della nostra economia consentendo nel contempo alle nazioni africane di utilizzare al meglio le risorse di cui dispongono, vivere con governi stabili e società prospere, senza dover emigrare: un diritto che dovrebbe garantire a ogni persona la possibilità di vivere dignitosamente nella propria terra. Una delle principali sfide legate al Mediterraneo riguarda infatti la gestione dei flussi migratori. Per questo, è importante un approccio che combini sviluppo e sicurezza. Da un lato, è necessario creare opportunità economiche nei Paesi di origine; dall’altro, bisogna contrastare le reti di trafficanti che sfruttano le vulnerabilità dei migranti. La stabilità del Mediterraneo è una questione cruciale non solo per l’Italia, ma per l’intera Europa. E non è un caso se ora la stessa Unione europea guarda al modello italiano per il contrasto dei traffici marittimi illegali come attuabile e accettabile in ambito comune, un giusto compromesso tra rispetto del Diritto internazionale, salvaguardia della vita umana e tutela della sicurezza dei confini. Ma la vera sfida è garantire ora una stabilizzazione di lungo termine, in grado di abbassare le forti contrapposizioni nei teatri di crisi e salvaguardare la sicurezza collettiva dei paesi partner e alleati. Certo di coglier da questo incontro costruttivi spunti che saranno oggetto di approfondimento nei prossimi giorni, dichiaro aperti i lavori dell’odierno convegno.

 

Generale Massimiliano Del Casale

Le politiche protezionistiche della nuova amministrazione americana hanno modificato profondamente i riferimenti valoriali che hanno sinora guidato la vita comunitaria continentale, sia sotto il profilo economico sia sul piano della difesa collettiva, pietra d’angolo dell’Alleanza atlantica. Prima, l’imposizione dei dazi commerciali ai prodotti d’importazione, salvo sospenderne l’effetto per 90 giorni e dopo aver procurato l’iniziale crollo delle Borse mondiali, poi il dichiarato allentamento dei legami con gli alleati stanno caratterizzando questa new age dei rapporti con gli Stati Uniti con la quale dovremo misurarci nei prossimi anni. L’atteggiamento dell’Europa sembra aver colto, almeno sul piano economico e commerciale, la primaria necessità di una risposta comune, ragionata, senza dare spazio a reazioni scomposte e istintive, capaci solo di deteriorare una situazione già critica. Tra l’altro, la sensazione è che il resto del mondo sia impaziente di stringere accordi con gli europei, come dimostra la recente firma del trattato UE-MERCOSSUR per la progressiva liberalizzazione della circolazione delle merci. Presidente Terzi di Sant’Agata, in definitiva -ed è una domanda che rivolgo anche all’espertissimo diplomatico- in quale modo potremo uscire da questa criticità di sistema? E, poi, esiste un modo per uscirne, in maniera autonoma?

 

Senatore Giulio Terzi di Sant’Agata

Le cronache d’oltreoceano di questi giorni, accompagnate dalle immagini che hanno ripreso facinorosi intenti ad abbattere o imbrattare monumenti dedicati a Cristoforo Colombo quale simbolo per antonomasia delle origini della civiltà americana, se da un lato hanno inteso esprimere il risentimento nei confronti di Paesi amici assai poco riconoscenti nei confronti del grande Alleato che ha sempre protetto e sostenuto gli europei e le loro economie, dall’altro, hanno colpito particolarmente le opinioni pubbliche del vecchio continente. Ma i valori cristiano-giudaici portati dal navigatore genovese si sono propagati diffusamente e radicalmente nell’intero continente americano, al punto che, oggi, abbiamo una responsabilità ulteriore nel procedere uniti tanto all’interno dell’Unione europea quanto nel rapporto con gli Stati Uniti. Peraltro, si sarebbe dovuto apprezzare il vantaggio rappresentato da un rapporto personale, oltre che politico, tra il presidente statunitense e il leader dell’attuale governo italiano. Ma di ciò non si è mai discusso al livello europeo. Anzi, si è sinora preferito sempre glissare. Ma l’Italia ha sempre rispettato la volontà politica comune. Nella nostra tradizione, abbiamo sempre rispettato i trattati quali strumenti per la risoluzione di tutte le controversie internazionali. Certo, poi ci sono anche i rapporti bilaterali, soprattutto per quanto concerne l’ambito economico-commerciale. Ma la sintesi della nostra espressione politica è il rispetto per lo stato di Diritto. La forza deve essere sempre e solo uno strumento di difesa. Parlando di rapporti tra Europa e oltreoceano, non si può non tener conto della assoluta rilevanza del Mediterraneo divenuto “globale”, come è già stato ricordato, perché ponte tra Atlantico, Indopacifico e Pacifico. Un’area che è centrale anche per l’evoluzione delle crisi che si alimentano lungo i suoi confini con la guerra russo-ucraina alla quale ha fatto eco l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023, da parte di Hamas. Considerato un grande lago ottomano, nel tempo della massima espansione territoriale dell’impero della Mezzaluna, oggi il Mediterraneo è teatro di forti dinamiche strategiche che vedono estremamente attiva la Russia. L’eventuale conquista dei porti ucraini la renderebbero padrona del Mar Nero, sebbene poi vi siano da fare i conti con lo scomodo vicino turco che controlla gli stretti. Con la caduta della Siria di Assad, è venuto a mancare a Mosca l’appoggio dell’alleato più importante del bacino marittimo. Pronto, quindi, il rischieramento delle unità russe sui porti libici controllati da Haftar. Un momento per fornire un’ulteriore spinta alla forte penetrazione russa nel continente africano ove è già da anni presente grazie al gruppo paramilitare Wagner, diventata Africa Korp, dopo l’eliminazione di Prigozhin. Burkina Faso, Niger, Libia, solo per citare alcune delle nazioni controllate dalla Russia. Quindi, tornando alla domanda iniziale, è necessario non solo restare uniti più che mai nell’ambito dell’Unione europea, ma lavorare per tenere sempre saldi l’amicizia e i legami con gli Stati Uniti, nel pieno rispetto dei trattati internazionali vigenti.

 

Generale Massimiliano Del Casale

Il Mediterraneo, che abbiamo più volte citato nei nostri approfondimenti, specialmente nella sua accezione di “Mediterraneo allargato”, è senza dubbio una regione geopolitica molto particolare. Si discute da tempo sulla minore incidenza che oggi rivestirebbe per gli equilibri del mondo, sottolineando come l’epicentro degli interessi globali si siano spostati più a oriente, ma continua ad essere testimone e scenario delle maggiori crisi del nostro tempo. Tempo fa, la rivista Panorama, in suo reportage, fece una stima di 600 navi da guerra che ogni giorno solcherebbero le sue acque. Crocevia di commerci, anche illeciti. Gran parte della flotta ombra russa naviga nel mare nostrum commerciando petrolio e riuscendo così ad aggirare parzialmente le sanzioni vigenti. Ma nel Mediterraneo è in gioco gran parte della nostra sopravvivenza geopolitica ed energetica perché è solo nel Mediterraneo che possiamo esercitare la nostra influenza.

 

Ammiraglio Giovanni Pettorino

Parliamo di una regione fondamentale. Il Mediterraneo costituisce lo 0,8% dei mari del pianeta, che chiamiamo Terra, ma che probabilmente dovremmo più propriamente chiamare Acqua o Mare, poiché il 70% del suo spazio e occupato da superfici marittime. Su 340 milioni kmq., 2,2 milioni kmq. rappresentano lo spazio di questo piccolo “specchio d’acqua” nel quale transita sino al 30% del traffico mercantile mondiale. Se poi si considera che il 90% dei commerci globali avviene via mare e che l’Italia affida ai traffici marittimi più della metà del suo import/export, è possibile comprendere quanto il Mediterraneo sia fondamentale per il nostro Paese. Mezzo milione di kmq. ricadono sotto la diretta responsabilità italiana. In particolare, quella del soccorso in mare a chiunque si trovi in difficoltà. L’importanza del mare si riflette per l’Italia sulla propria economia. Quasi un milione di persone lavora in attività comunque legate al mare, mentre sono 250.000 le imprese di settore. Spesso si legge che l’economia marittima costituisce il 3% del nostro PIL, ma a guardar bene l’incidenza dell’ambiente marittimo sulla nostra economia è superiore. Il turismo, ad esempio, rappresenta il 6% di PIL, ma il contributo della componente balneare incide per oltre la metà (3,6 di PIL). Mettendo insieme voci analoghe di prodotto interno lordo, è possibile constatare come le attività legate al mare sviluppino il 10% della nostra economia, in via diretta e indiretta. È facile dunque comprendere quanto sia importante per noi la stabilità di questo mare peraltro atipico, perché vi si affacciano tre continenti, 23 paesi, con circa 46.000 km di coste di cui ben 8.000 km. italiani. È come se avessimo una grandissima spiaggia che compresa tra Roma e Pechino, un valore enorme per il nostro Paese. Ma il Mediterraneo è un mare speciale anche per la sua biodiversità. Nelle sue acque vivono 17.000 specie animali e vegetali, un ecosistema enorme e bellissimo. Qualcosa di estrema importanza, ma anche di estrema fragilità. Il Mediterraneo è un bacino semichiuso, che si affaccia ai grandi oceani, agli altri mari, attraverso lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Suez. Ma è anche estremamente vulnerabile. Nel Mediterraneo vengono smaltite materie plastiche da oltre settanta anni. Immaginiamo quanto questo prezioso tesoro sia fragile. Basta un nonnulla per contaminarlo per generazioni. In questo mare ancora insistono particelle di DDT, ormai bandito da anni, perché ha una difficoltà intrinseca a depurarsi. Nelle nostre acque, la presenza di microplastiche aumenta di giorno in giorno. Ormai è provato. Quando mangiamo pesce, assumiamo anche le plastiche che sono presenti nelle carni della fauna ittica. Cosicché, nel nostro organismo insistono particelle micro o nanoplastiche. Un altro aspetto del mare è la sua gestione amministrativa. Al riguardo, va detto che i nostri Padri costituenti ebbero una felice e straordinaria intuizione quando istituirono nel 1947 il Ministero della Marina mercantile. Quando entrammo nella Seconda guerra mondiale, l’Italia disponeva di una flotta mercantile di quattro milioni di tonnellate. Iniziate le ostilità, perdemmo subito 1,2 milioni di tonnellate rimasti internati nei porti, neutrali o nemici. Al termine del conflitto, abbiamo perso complessivamente il 98% del tonnellaggio nazionale, restando con sole 280.000 tonnellate di naviglio mercantile. Praticamente avevamo perso tutto. Nel 1947, col Ministero della Marina mercantile, inizia la ricostruzione, sia della flotta che dei porti. Nel giro di pochi anni, riusciamo a realizzare una grande realtà, i nostri gioielli, i transatlantici Michelangelo e Raffaello. Il Ministero per anni ha sostenuto e supportato l’economia marittima, fondamentale per il nostro Paese. Fino al 1994, anno in cui il governo pro-tempore decide di sopprimere il dicastero attribuendo le competenze più rilevanti al Ministero delle Infrastrutture. Ma l’amministrazione del mare è cosa assai complessa e articolata che investe gli ambiti più disparati, oltre a quelli precipui della marineria. Esistono tematiche sanitarie e ambientali, di ordine pubblico, di norme sul lavoro, solo per citarne alcune. Quindi, allo scopo di razionalizzare e semplificare la funzionalità e le procedure operative, l’attuale governo ha istituito il Ministero per la Protezione Civile e politiche del mare.

 

Generale Massimiliano Del Casale

Gli ideologi jihadisti hanno più volte tentato, nel recente passato di appropriarsi della regia dei movimenti antiautoritarii che furono alla base delle Primavere arabe, per deviarli verso una deriva islamista. Portando a pretesto la diffusa corruzione presente in diversi Paesi, soprattutto nordafricani, divenuti delle vere e proprie autocrazie, lanciarono una campagna mediatica e politica contro l’Occidente, colpevole di muovere i fili e i destini di quei governi. Era quindi necessario sbarazzarsi di quei regimi e liberarsi dall’influenza occidentale. Il ritorno all’Islam autentico, quindi, attraverso l’applicazione della Sharia, considerata la soluzione da perseguire per sbarazzarsi delle leadership ”non islamiche”, continuare a combattere fino all’instaurazione di uno Stato islamico ed evitare che l’influenza occidentale attecchisse. A distanza di quasi 15 anni, possiamo dire che questo processo di identificazione non è riuscito, sebbene abbia lasciato terreno fertile per nuove forme di jihadismo.

 

Professoressa Laura Quadarella Sanfelice di Monteforte

Per rispondere alla sua domanda, va preliminarmente evidenziato che Al Qaeda ha rappresentato, sino ad alcuni anni fa, l’unica formazione jihadista esistente, che si contrapponeva all’intera galassia islamica di confessione sciita e ai governi musulmani apostati perché amici degli occidentali. Seppur lontano dai valori e dalle tradizioni religiose di riferimento, l’Occidente era percepito come un nemico lontano, soprattutto distante dagli interessi ritenuti più prossimi. Gli ideologi della jihad hanno successivamente alimentato le tensioni approfittando del clima che si era venuto a creare in popolazioni oppresse da decenni di politiche nazionali tenute in pugno da autocrati (si pensi a Ben Ali in Tunisia, a Saleh in Yemen, a Mubarak in Egitto o a  Gheddafi in Libia), rimasti a lungo al potere in quanto ritenuti in grado assicurare il controllo dei rispettivi Paesi in una difficile fase storica contrassegnata dalla Guerra internazionale al terrore, accompagnata dal maldestro tentativo da parte di alcune potenze straniere di esportare la democrazia ed imporre in quegli stessi Paesi un modello socio-politico di tipo occidentale. In Occidente, abbiamo inizialmente definito tale fase con l’appellativo di “primavere” arabe, attribuendo una connotazione positiva. Ma, nei fatti, si trattò di un vero e proprio “inverno” della Storia per quelle popolazioni che hanno vissuto immani traversie. Nacquero così i primi movimenti armati, in aperto contrasto contro i poteri forti presenti in diversi Stati autocratici. In particolare, Al Qaeda approfittò della situazione a partire dalla penisola arabica (Al Qaeda in Arabic Peninsula – ACAP), in particolare dallo Yemen, con la formazione Ansar al Sharia (partigiani della Legge islamica) che, dopo la caduta di Saleh, acquisì la piena disponibilità di un’ampia parte del Paese e a disporre di ingenti risorse finanziarie, assumendo il controllo della banca centrale di Mukalla. Un fenomeno che poi si estese a vari Stati e città del nord Africa ove fecero la loro comparsa, inizialmente come gruppi politici, diversi movimenti a forte connotazione “civica”, molto legati al territorio. È l’esempio della Tunisia. Ma fu soprattutto in Iraq e in Siria che si ebbero i maggiori cambiamenti che portarono alla nascita dell’Islamic State e, poi, alla proclamazione del Califfato. Nell’aprile 2013, Al Baghdadi, capo della componente irachena di Al Qaeda, si arrogò il diritto di annettersi la branca quaedista siriana, Al Nusra, guidata all’epoca da Al Giolani. Nacque così ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), divenuta IS (Islamic State), una volta persa la propria connotazione territoriale a favore di una presunta transnazionalità. Al Giolani, nel frattempo diventato leader del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, oggi è capo del governo provvisorio in Siria, dopo aver deposto Bashar Al-Assad e preso le distanze da Al Qaeda. Se da un lato, nei territori occupati dalle proprie milizie, il Califfato ha per anni esercitato un controllo di tipo “statale” (ancorché sia di fatto concettualmente all’opposto del nostro concetto di Stato, vestfaliano) su milioni di persone, dall’altro si è assistito alla nascita di un nuovo fenomeno, quello del c.d. ”terrorismo fai da te”, ideato e teorizzato dall’ala quaedista operante nella penisola arabica e facente capo all’imam Al Awlaki, causa portante di uno stillicidio di attentati, tra il 2015 ed il 2018, peraltro causati anche da una sorta di rivalità esistente con lo Stato Islamico. A distanza di tanti anni cosa rimane? È cambiata la galassia jihadista, polarizzata tra due grandi network del terrore, che non sono più entità monolitiche: da una parte, Al Qaeda, caratterizzata da una struttura a cerchi concentrici, alla quale si sono poi affiliati altri  gruppi, come Al Qaeda Magreb Islamico-AQMI, Al Qaeda Subcontinente Indiano-AQIS e Al Shabaab, con la missione di seguire la strategia globale jihadista nella fedeltà ai principi e alla leadership di Al Qaeda; dall’altra, IS, con al vertice il Califfo, un Vice Califfo, coadiuvato da un “Consiglio dei Ministri” (“The Delegate Commitee”) e un “Consiglio religioso” (“The Shura Council”), oltre a numerosi Ministeri (“Diwan”) e diversi “Offices and Committees”, dedicati alla trattazione di materie specifiche, dotati di veri specialisti, come l’ “Administration of Distant Wilayat”. Ma l’aspetto più rilevante di tali organizzazioni terroristiche è l’incredibile resilienza dei rispettivi network, sopravvissuti all’uccisione di numerosi loro leader e capaci di vivere sul web, a prescindere dall’identità e dall’ubicazione del capo del momento.

 

Generale Massimiliano Del Casale

Vorrei approfittare della presenza di uno tra i più autorevoli Comandanti generali del Corpo delle Capitanerie di Porto e Guardia Costiera per trattare un tema tra i meno noti al grande pubblico, che attiene al fenomeno dei flussi migratori rivieraschi lungo le rotte mediterranee. Molto spesso nel passato, tra rivendicazioni di piattaforme continentali e Zone di Esclusivo interesse Economico – ZEE, dai limiti peraltro mai riconosciuti dal Diritto Internazionale. di fronte alle purtroppo tante tragedie del mare, abbiamo assistito a un rimpallo di responsabilità tra Paesi rivieraschi, organizzazioni umanitarie (o pseudo tali) e Autorità nazionali deputate alla gestione delle emergenze. Vogliamo approfittare di questa occasione per cercare di fare chiarezza, parlando anche del SaR, il servizio di ricerca e soccorso dei naufraghi?

 

Ammiraglio Giovanni Pettorino

Quando si parla di migrazioni, di migranti che vengono soccorsi in mare, occorre avere ben chiara la previsione normativa del Diritto internazionale, in particolare, il Diritto del mare. Dal 1979, la Convenzione di Amburgo, riconosciuta e sottoscritta da 150 Stati, prevede innanzitutto che ogni paese individui la propria area di responsabilità del soccorso. L’Italia provvide al riguardo nel 1994, definendo una superficie marittima di 495.000 kmq. Gli Stati sottoscrittori si impegnano a soccorrere tutti coloro che si fossero trovati in difficoltà, nelle rispettive aree di responsabilità, attraverso un’organizzazione fatta di mezzi e di uomini. L’Italia attribuì a suo tempo il compito di dedicarsi al particolare settore al ministero della Marina mercantile. Successivamente, il ministro dei Trasporti assunse la responsabilità della gestione del SaR con l’impiego del Corpo delle Capitanerie di Porto e Guardia Costiera. Al riguardo, non deve sfuggire che la Guardia Costiera altro non è che l’insieme dei reparti operativi delle Capitanerie di Porto. Sul punto, va quindi detto che la legge individua il Comando Generale come l’Autorità nazionale tecnicamente responsabile dei soccorsi in mare. Ora, tenendo presente che i nostri paesi frontalieri più prossimi sono la Tunisia, la Libia, l’Egitto, cioè i Paesi da dove partono i flussi più importanti, abbiamo quotidianamente assistito a una sorta di cortocircuito. Noi soccorrevamo circa 20.000 migranti all’anno, dal 2000 al 2011. A fronte di maggiori risorse assicurate dai governi del tempo, si registrò anche un incremento dei flussi migratori via mare. Si costituirono delle organizzazioni destinate all’assistenza dei flussi. Nella mia esperienza professionale, ho anche rivestito l’incarico di Capo Reparto Piani e Operazioni del Comando Generale e mi sono occupato in modo diretto di tali attività, dal 2013 al 2015. Ebbene, siamo passati da 120.000 migranti soccorsi nel 2013 a 140.000 nel 2014, a 150.000 nel 2015 e a 180.000 nel 2016. Cosa era successo? Le organizzazioni si erano adeguate alla situazione, nel senso che la Libia non aveva sottoscritto la Convenzione di Amburgo, non era obbligata a definire una propria area SaR e una struttura nazionale dedicata, lasciando così ad altri campo libero. Anche la Tunisia non aveva siglato la convezione. Di fatto, accadeva che, con la partenza dei migranti dalle coste africane, i trafficanti avvisavano le organizzazioni private e la Guardia Costiera italiana. Tutto comprovato da registrazioni delle comunicazioni. Lanciavano S.O.S, indicando anche la distanza delle imbarcazioni con i migranti a bordo dalla costa. Le norme del Diritto stabiliscono che il primo centro nazionale di soccorso che viene informato diventa responsabile dell’attività. In caso contrario, interviene la magistratura. La Guardia Costiera sostiene uno sforzo enorme per l’attività SaR. Spesso, diventa necessario far intervenire anche mercantili occasionalmente in transito nella zona. È successo spesso in passato, specie nel decennio scorso. Ma era necessario farlo, sotto la nostra diretta responsabilità. Una norma del Codice penale militare, riguardante l’omissione di soccorso, rappresenta sempre una fonte di preoccupazione per tutti coloro che svolgono questa missione, se pensiamo che oltre al mezzo milione di chilometri quadrati della nostra area SaR, dobbiamo sempre aggiungere i 250.000 kmq. dell’area di Malta che, pur avendo sottoscritto la Convenzione di Amburgo del 1979, non interviene quasi mai. Anche gli egiziani non hanno sottoscritto la Convenzione di Amburgo. Con la conseguenza che la nostra Guardia Costiera è spesso chiamata ad intervenire su uno spazio di 1.250.000 kmq., più della metà del Mediterraneo. Oggi, a differenza del passato, sono stati compiuti passi politici importanti, in quanto abbiamo aiutato i Paesi costieri interessati a dotarsi di un’organizzazione SaR. Questo rappresenta un’importante novità, specialmente sul piano giuridico della responsabilità, poiché vi sono meno gravami rispetto al recente passato. Un principio però resta a illuminare il nostro operato quotidiano, quello della solidarietà. Perché non esiste essere umano che possa essere lasciato indietro. Questo è il primo comandamento della gente che va per mare: l’obbligo di soccorrere chi è in difficoltà.

 

Generale Massimiliano Del Casale

La guerra russo-ucraina, da un lato, e la crisi israelo-palestinese, dall’altro, seppur per ragioni fra loro diverse, hanno ridestato da un torpore peraltro solo apparente la minaccia terroristica di matrice jihadista, anche del genere “fai da te”. Ne sono prova più evidente i sanguinosi attentati di Mosca, del marzo 2024, e di Solingen, dell’agosto dello stesso anno. Il più recente rapporto del Parlamento europeo riporta un sensibile incremento degli episodi nel 2023 e nel 2024 rispetto agli anni precedenti. Professoressa Quadarella, che tipo di fenomeno ci troviamo a dover fronteggiare in questo momento storico? Quali sono i rischi per l’Europa e per l’Italia, in particolare?

 

Professoressa Laura Quadarella Sanfelice di Monteforte

I rischi, purtroppo, sono in aumento. I gruppi jihadisti stanno sfruttando già da diversi anni i fenomeni che avvengono nel mondo. L’hanno fatto in occasione della pandemia da COVID-19. Poi con la guerra russo-ucraina e, ancora, con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e per la conseguente risposta militare di Israele. In particolare, la distruzione delle infrastrutture di Gaza e il drammatico bilancio delle vittime palestinesi hanno dato l’opportunità ai gruppi jihadisti di ergersi a paladini dei musulmani. In tale ottica, hanno riattivato una campagna mediatica che ha a sua volta dato il via libera ad attacchi da “terrorismo fai da te”, condotti da parte di cellule dormienti o singoli jihadisti in modo più o meno autonomo. Parliamo di individui che vivono o che sono nati in Occidente e che poi, in modo più o meno spontaneo, passano all’azione. Entrare nella logica di questo fenomeno per comprenderne le ragioni è di una relativa semplicità, in quanto si tratta di un modo per polverizzare sul territorio gli strumenti e le persone con costi e rischi limitati, prendendo spunto di volta in volta dalle reazioni delle opinioni pubbliche internazionali. Negli anni più recenti, l’Islamic State ha più di altri ispirato e armato la mano dei singoli terroristi col mantra “Uccideteli ovunque li troviate”. Ma sempre con motivazioni adattate all’occasione. Ad esempio, nel periodo della pandemia da COVID-19, la galassia terroristica, Al Qaeda compresa, inneggiava alla punizione divina. Con la guerra in Ucraina (fratricida tra cristiani), venne sviluppata un’intensa attività di propaganda, ma sia IS che Al Qaeda non avvertirono la necessita di agire contro l’Occidente, ritenendo comunque di trarre vantaggio dalla situazione internazionale venutasi a determinare. L’attacco di Hamas a Israele segna un nuovo passaggio del terrorismo islamico internazionale che pone tuttavia un problema di fondo. Il 7 ottobre è stata Hamas ad attaccare Israele. Senza considerare che la jihad internazionale non ha mai aggredito il territorio israeliano, l’odio per il mondo ebraico si è sempre espresso più sul piano dialettico che sul campo. D’altronde, era apparso subito chiaro che la grande regia era nelle mani di un altro “lupo” dell’Islam, l’Iran. Peraltro, parte anche un’accusa verso i palestinesi di Hamas, rei di essersi troppo avvicinati agli sciiti e di aver governato i territori come una realtà a sé stante. In sostanza, un movimento che pensa esclusivamente a realizzare la nazione palestinese, ma all’Islam non interessa un approccio nazionalistico alla lotta, quanto piuttosto un fine di tipo confessionale. In ogni caso, è stato manifestato un sostegno alla popolazione. Ne è nata una campagna di propaganda focalizzata su un “ovunque li troviamo”, rivolta a tutti i nemici dell’Islam. L’opinione pubblica mondiale se ne rese conto nel marzo del 24, quando si verificò il grave attentato di Mosca. Ma prima ancora, se ne era registrato un altro, in occasione delle celebrazioni del quinto anniversario della morte del generale Soleimani, nel cimitero di Kerman, in Iran. Quindi una campagna che arrivò a colpire indistintamente sciiti e Occidente. In generale, va osservato che, nel tempo, è leggermente cambiata la posizione di una parte della leadership jihadista, grazie a un avvicinamento al regime degli ayatollah. L’Iran non viene più percepito come un nemico da combattere, che per l’IS resta sempre e solo l’Occidente. Da attaccare con gli strumenti del terrorismo, scegliendo anche obiettivi remunerativi, in grado di danneggiare le economie dei Paesi da colpire. Il pensiero prevalente è rivolto all’Europa. La prima ragione sta nel fatto che risulterebbe agevole far confondere l’origine degli attentati di matrice jihadista con quelli ispirati dall’estrema destra. Parliamo infatti anche di giovani vicini ai movimenti dei suprematisti bianchi e degli accelerazionisti. Evidentemente, oggi assistiamo ad una realtà nella quale una parte della società è più orientata a recepire messaggi violenti circolanti soprattutto sul web. E non servono mezzi sofisticati per entrare in azione. È sufficiente un’autovettura, oppure può bastare un coltello. Dobbiamo poi evidenziare che normalmente gli attentati ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, soprattutto tra il 2015 e il 2018, hanno riguardato in particolare Paesi, nostri vicini, Al punto, che nascevano pure confronti propagandistici a distanza tra gruppi di estrema destra e  Califfato sulla rivendicazione del singolo attacco. Il bacino di reclutamento degli attentatori è pure ampio, per lo più rappresentato dai giovani di seconda generazione, appartenenti a famiglie di immigrati, che non si sentono integrati nelle società in cui vivono. Spesso, assistiamo pure a uno scontro generazionale con i genitori che magari hanno fatto tanti sacrifici per vedere i propri figli nascere, ad esempio, in Italia. Stesso fenomeno in Belgio, in Francia, sebbene dalle dimensioni e dalle origini assai differenti rispetto al caso italiano. Così, abbiamo preso coscienza delle cellule jihadiste che hanno attaccato, tra il 2015 e il 2016, Parigi e Bruxelles, composte da franco-marocchini di seconda generazione. In Italia, la situazione è differente. Intanto, vi è una maggiore capacità di controllo del territorio, un’esperienza figlia della drammatica stagione degli anni di piombo. E, poi, abbiamo una buona interrelazione con le comunità islamiche. Spesso, sono proprio queste ultime a segnalare un caso di possibile radicalizzazione, perché sarebbero le prime a subirne le conseguenze. Infine, dall’Islam non sono mai giunte minacce dirette contro l’Italia. Certo, nel periodo del 2015, quando l’Islam governava la regione di Sirte, proclamava la volontà di sbarcare in Sicilia e, da lì, conquistare l’Europa. Un simbolo usato per propaganda. Come e quando vennero diffuse nel web immagini con la bandiera dell’ISIS sopra l’obelisco di San Pietro, ad indicare la volontà di conquistare Roma come centro della cristianità, come Occidente, come capitale della Repubblica. Come pure circolò nel 2015 l’immagine di una cartina geografica che riportava alla memoria le conquiste di tutti i territori che erano stati a qualunque titolo sotto un dominio islamico, non solo ottomano. Una nazione estesa che abbracciava la penisola iberica e i Balcani, sino ad arrivare a Vienna, con il proposito di riuscire a rinverdire quei fasti da lì a cinque anni.

 

Generale Massimiliano Del Casale

Presidente Terzi di Sant’Agata, rimaniamo in tema di Mediterraneo allargato. Vorrei citare due elementi essenziali, due pilastri, della nostra politica estera ed economica: Piano Mattei e IMEC, il corridoio India – Medioriente – Europa. Del tutto evidente è la loro importanza, avvalorata dalla necessità di espandere ora verso nuove direzioni la nostra economia e della rilevanza della sempre più stretta connessione con l’Indopacifico. Tra l’altro, ricordo che lo scorso 11 aprile si è tenuto a Nuova Delhi il forum Italia-India proprio sul tema IMEC e nuova “via del cotone”, con i nostri ministri Tajani e Bernini. Le chiedo: l’Italia può davvero, quale ruolo può giocare l’Italia, pure in chiave europea, per una nuova stagione di espansione economica verso Est e di rafforzamento della sicurezza energetica?

 

Senatore Giulio Terzi di Sant’Agata

Il Piano Mattei costituisce una straordinaria occasione di sviluppo innanzitutto per Italia che, grazie a un’intuizione della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha assicurato al nostro Paese un deciso cambio di passo nei rapporti economico-commerciali, su base multilaterale, evidenziando una strategia solida e credibile. Lo sforzo profuso per realizzare una rete speciale di relazioni evidenzia un salto di qualità nella creazione di un partenariato che è speciale perché abbraccia tutte le dimensioni possibili della vita sociale di una nazione. Non si tratta, infatti, solo di energia, ma di tanti altri ambiti che vanno dallo spazio all’informatica, dai trasporti al commercio. E l’area d’interesse non si limita ai Paesi vicini, nordafricani, ma si va estendendo alle regioni dell’Africa orientale, con l’intento di contribuire a creare un legame sempre più stretto tra Pacifico, Indopacifico e Mediterraneo. E l’iniziativa IMEC rientra in questo grande disegno di cooperazione. Si tratta di un genere di partenariato che ha cambiato completamente il paradigma del concetto di cooperazione italiana. E possiamo anche affermare che noi sviluppiamo cooperazione in modo molto differente da altri grandi player internazionali. La Cina, ad esempio, destina un’infinità di risorse economiche ai paesi in via di sviluppo, un processo che spesso si configura come un’appropriazione di risorse naturali, attuata attraverso la concessione di prestiti capestro che non di rado hanno comportato persino cessioni di parte del territorio dei Paesi cooperanti, insolventi. Non si tratta di cooperazione, ma di sottomissione, di presenza, di dominazione politica e militare. Ma per quale ragione abbiamo voluto evocare la figura di Enrico Mattei? Perché è il simbolo dell’Italia che lavora, che si fa amare. Mi capita di incontrare diversi ambasciatori provenienti dall’Asia centrale (ne potrei citare tre o quattro) che parlano perfettamente la lingua italiana. E questo perché hanno frequentato istituti scolastici, nei rispettivi Paesi, realizzati grazie all’opera di Mattei, nei quali si insegnava l’italiano. Ed è sul “piano Mattei” che puntiamo per portare avanti lo sviluppo di relazioni con ben 15 paesi, un piano strategico per la stessa Unione europea, nel quadro della European Innovation Partnerships.